Tra angoli di visuale e un’inesistente dignità

Pochi giorni fa Livio Proli ha sostenuto che la valutazione della stagione dell’Olimpia Milano [sic, dovrei dire dell’EA7 Milano, ma oltre spiegherò meglio] sarebbe stata differente in base al diverso angolo di visuale adottato. Concordo col Presidente. Tanto più che perfino la “Primavera” del Botticelli offre diverse emozioni se guardata con più angoli di visuale, specie per coglierne al meglio l’enorme varietà floreale nell’ombroso boschetto che racchiude in sé 9 personaggi.

Se la regola degli “angoli di visuale” vale per uno dei più grandi capolavori rinascimentali, non vedo come non possa valere anche per interpretare i risultati di una delle più grandi società contemporanee di pallacanestro. Spero sia limpido il sarcasmo, ma senza alcun compiacimento nell’umiliare la vittima. Semmai è tale presunta vittima a umiliare chi, con qualsiasi mezzo, si dedichi al tifo biancorosso. Perché non importa che voi siate ultras o tifosi da tastiera: importa unicamente che capiate come questa società sia l’antitesi della storica Olimpia Milano, di quella che Peterson definì la ventiquattresima squadra NBA per organizzazione e organigramma societario ancor prima che per risultati sportivi.

E dire che quest’annata della grandissima EA7 sarebbe anche da 7 in pagella se chiunque di noi fosse un dirigente d’azienda. Peccato che non tutti abbiamo le capacità e la fortuna di esserlo e che tra sport e aziendalismo corra sempre più spazio di quanto molti vogliano negare, finendo tristemente per sostenere che oggi fare sport significhi solo fare azienda. Se così fosse, la valutazione della grandissima EA7 sarebbe ancora peggiore. Grazie al cielo, però, ci sono anche i risultati sportivi e in quelli Milano eccelle. O, meglio, eccelle così tanto da perdere una Coppa Italia contro una squadra che aveva a disposizione 6 uomini contati, da piazzare un record di 10 vittorie e 20 sconfitte in EuroLeague che sono valse il penultimo posto in classifica di Regular Season solamente perché all’Efes probabilmente di birre ne avevano bevute troppe. Certo, ci sono le belle, anzi bellissime, sconfitte: quelle di una Milano sempre in partita, fino all’ultimo, e battuta solamente da una congiunzione astrale che ha impedito ai biancorossi di portare a casa qualche vittoria in più. Come se i finali punto a punto non fossero la summa della pallacanestro. Come se il dualismo Peterson-Bianchini degli anni ’80 non avesse insegnato nulla in merito. Come se tutte le sconfitte, con scarto minore di tot punti, fossero comunque belle.

Ci sarebbe poi la sconfitta con Pesaro – successiva a quella con Brescia – di cui parlare. Ritengo, però, che il discernimento sulla L sia fuorviante rispetto al contenuto di questo insieme, nemmeno poi tanto ordinato, di mie parole. Se c’è una cosa che sto imparando nel mio lavoro di ricerca storica in emeroteca, per far sì che anche la cronaca giornalistica diventi storia, è che Milano si è sempre distinta dalle altre. Forse non sempre positivamente, ma certamente per lungimiranza e capacità di precorrere i tempi. Dalla sponsorizzazione (Borletti), alle divise da gioco (le tute di raso), passando per l’apertura ai giocatori stranieri e la riforma dei calendari e delle formule di campionato (aspetto su cui Porelli e Vinci ebbero parte fondamentale, per dovere di cronaca). Oggi la grandissima EA7 è all’avanguardia? A livello aziendale parrebbe di sì, non fosse altro che i danè arrivano da Armani, precursore come pochi altri. Si ritorna, però, al problema iniziale: fare sport non significa soltanto fare azienda. Altrimenti basterebbe qualche laurea in Bocconi, qualche bel master, qualche stage ben orientato per bussare alla porta del CSKA Mosca e farsi assumere come leader anche tecnico-tattico per vincere magari 10 EuroLeague di fila. Si potrebbe comunque provare, per carità.

Fare sport e, in particolare, fare pallacanestro significa anche altro. Anzitutto significa comunicazione. Non è nemmeno questione di linguaggio verbale, non-verbale o para-verbale, quanto piuttosto di non rilasciare dichiarazioni che cozzano ogni volta con la realtà dei fatti. Perché sarà pur vero che pagheremo il “sistema-Siena” e che non sempre vince chi ha più budget, ma è altrettanto lampante come in questi anni di Armani-Milano siano stati sperperati capitali importanti e “bruciati” giocatori e allenatori di assoluto valore. Per questo non ha nemmeno senso rendere Pianigiani il solo imputato alla sbarra, in un processo che è, anzitutto, mediatico (e qui ritorna in gioco la comunicazione). Le dichiarazioni, caro Presidente, sono il miglior modo che una società ha per mettere a tacere illazioni di mercato, presunti dissidi all’interno dello spogliatoio o per aggregare ancor più il gruppo: si leggano le dichiarazioni di Peterson o di Faina post-sconfitte, per avere un quadro più chiaro della situazione. Pertanto, cercare di sovrastimare sempre i propri risultati e di negare l’evidenza dei fatti è sintomo, quanto meno, di poca lungimiranza.

Un’evidenza dei fatti che ci porta a sostenere come fare pallacanestro significhi anche programmazione. Bellissime la favole sul “progetto”, bellissime anche le carezze date ogni tanto a giocatori che non rientrano più in questo progetto tecnico ormai da tempo immemore. Bellissime perfino le scelte, specie quelle di mercato. In un decennio circa, la grandissima EA7 ha voluto programmare con Scariolo, con Banchi, con Repesa e ora con Pianigiani. Programmazioni portate a termine nei tempi stabiliti? ZERO. Con l’incognita del corso attuale, beninteso. Non ho idea di come funzioni la programmazione aziendale, ma credo di averne un minimo circa quella sportiva. I grandi del giornalismo l’hanno chiamato spesso “lo zoccolo duro” della società, altri l’hanno definito l’asse proprietà-scrivania-parquet. In sostanza, programmare significa definire a tempo determinato ruoli ed esigenze, ma anche non rivoluzionare a ogni fine stagione squadra e assetto tecnico-tattico. La logica del cambiare 10 giocatori l’anno non paga e non sarà certo un caso se in Europa le grandi squadre fanno semplicemente miglioramenti in quei “ruoli” dove sono più scoperte o carenti. Non sarà certo un caso se è impensabile firmare giocatori con contratti a lunga scadenza quando poi ogni due anni si decide di cambiare la guida tecnica, la quale magari entrerà inevitabilmente in contrasto coi suddetti giocatori perché non esiste un’univoca idea di pallacanestro.

Fare pallacanestro significa anche ottenere risultati. E qui si torna al discorso del budget. Sacrosanto difendere la propria posizione col dire che non sempre vince chi ha il budget più alto. Altrettanto sacrosanto dire che, a termini di budget, Milano fa sempre un campionato a sé, perché quantomeno (!) raddoppia i capitali a disposizione delle altre società. E allora risulta chiaro come 6 trofei in dieci anni potrebbero anche rappresentare un decente bottino, se non ci fossero gli innumerevoli ultimi posti in Europa e la certezza che, senza Licenza, Milano non sempre avrebbe diritto a un posto nella massima competizione europea per club. Ma lo sport è anche azienda, e allora ben vengano le licenze direbbe qualcuno. Quanto ai risultati, non si guardi unicamente all’allenatore di turno, anche perché i nomi della lista hanno tutti un aspetto in comune: l’essere arrivati da vincenti e l’essersene andati da brocchi perdenti. Non crederete mica che la colpa sia soltanto degli allenatori, vero?

Fare pallacanestro, infine, significa anche avere dignità. Nemmeno amor proprio, quanto dignità. Non che vi siano poi tanti vizi a degradare la dignità della grandissima EA7 Milano, anzi. Però la Treccani ci giunge qui in soccorso, definendo la dignità come: “condizione di nobiltà morale in cui l’uomo è posto dal suo grado, dalle sue intrinseche qualità, dalla sua stessa natura di uomo, e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e ch’egli deve a sé stesso“. Ecco, il rispetto che per tale condizione l’uomo deve anche a sé stesso è forse troppo restrittiva come definizione. Il rispetto è dovuto anche agli altri. E ciò vale nel fare azienda come nel fare sport. I tifosi di Milano hanno avuto fin troppo rispetto, comprendendo qualsiasi scelta, accettando qualsiasi decisione, sopportando ogni tragico risultato. Lei Presidente, ha sempre avuto rispetto di sé stesso e questo le rende onore. Ma per una volta, forse, è auspicabile che si chieda se abbia sempre avuto rispetto per i tifosi di Milano. Perché Milano sarà anche una città fredda d’inverno e afosa d’estate, ma in qualsiasi stagione l’abbiamo vista capace di scaldarsi come nessun’altra in Italia. E se oggi il Forum è un semplice involucro che racchiude un’immenso gelo, è forse anche per colpa di un’interrelazione difettosa di rispetto reciproco.

E so che ciò che ho scritto non le farà piacere, Presidente. Ma so anche che l’ho sempre rispettata, forse andando un po’ oltre le righe in qualche occasione. E siccome la rispetto, credo che continuare a scrivere che va tutto bene, che siamo fortissimi e bellissimi, che vinceremo tutto et similia sia un’immensa bugia. E in un rapporto di reciproco rispetto è sempre meglio una triste verità che una dolce bugia.

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