O capitano! Mio capitano!

Chissà cosa ne penserebbe Walt Whitman sapendo che questa frase è stata più volte utilizzata ma raramente riferita a lui. Fu il titolo di una poesia scritta da Whitman sulla morte del primo repubblicano presidente degli USA, Abraham Lincoln, assassinato al Ford’s Theatre di Washington al grido di “sic semper tyrannis!“. Chissà cosa ne penserebbe, soprattutto, sapendo che la citazione sarebbe potuta finire come titolo di un pensiero riguardante Andrea Cinciarini. Per uno scarso titolista, ma storico dello sport in erba, trattasi tuttavia di dubbio superfluo.

La stagione sta per entrare nel vivo, al netto delle reali potenzialità dell’Olimpia, e un giocatore, più di tutti, meriterebbe una celebrazione che non fosse solo antologica o estetica. La contemporaneità, specialmente cestistica, ci porta sempre più ad amare il bello. La realtà, però, è che il bello alla lunga stanca; molto meglio l’utile. E l’utilità è forse la più grande qualità di Andrea Cinciarini, giocatore ritenuto inadeguato per fare il playmaker di una squadra quale la gloriosa EA7. Gloriosissima, dall’alto dei suoi 2 scudetti in 10 anni. Perché poi, nella valutazione di un giocatore, ci si dimentica sempre di riferirsi al contesto in cui lo stesso è inserito, e allora diventa davvero facile essere tanto volubili quanto incoerenti. Lo sport ad alti livelli non è solo rendimento sul campo o, meglio, sui parquet ma è anche attitudine mentale, capacità di fare quadrato, riflessione costante sull’evolversi di squadra, stagione, chimica e rapporti dentro e fuori lo spogliatoio. Ecco, il 90% di chi giudica un giocatore non ha mai avuto modo di parlarci e, forse, l’avrà visto giocare raramente prima del suo passaggio nella squadra del cuore del giudicante.

Che Cinciarini non sia un fenomeno lo sappiamo tutti. In primis lui stesso, nel solco di un’umiltà sportiva che lascia allibiti ogni volta in cui si ha il piacere di aver modo di scambiarci due chiacchiere. Che sia post-vittoria della Supercoppa Italiana o a un media-day della Nazionale. Che Cinciarini sia un giocatore funzionale, molto, a una squadra che ambisce a primeggiare in Italia, però, mi pare sia un dato di fatto. Lo dicono i numeri. E i numeri, se interpretati e buttati lì a casaccio, non mentono quasi mai. Particolarmente non mentono quelli di EuroLeague, per quanto possano sembrare scarsi:

  • 24 partite giocate, 4.5 punti, 2.4 rimbalzi, 2.1 assist. 50.9% da due (29/57), 47.4% da tre (9/19), 80% ai liberi (24/30).
  • 328 minuti giocati. In questi, Milano ha avuto un OffRtg di 102.9 e un DefRtg di 103.5. Senza di lui (892 minuti giocati) i numeri diventano rispettivamente 100.3 e 106.1. Con Cinciarini sul parquet, 39.3% da tre punti per Milano e 38.6% per gli avversari di media; senza, 35.8% i biancorossi e 42.0% per le altre squadre.

Sono meri numeri, che potrebbero però aiutare a capire qualcosa rispetto a come valutare l’impatto di capitan Cinciarini su questa squadra. Innegabile che la fase difensiva dell’Olimpia sia migliorata esponenzialmente con l’assenza di Theodore (ne avevo parlato qui) e anche con l’aumentare del minutaggio concesso al playmaker italiano. Il quale, beninteso, non è un difensore fenomenale ma sa leggere le partite e sa quando aumentare d’intensità – pressing a tutto campo, lettura del momento della partita, capacità di non concedere due volte la stessa giocata all’avversario e di spendere fallo quando possibile e necessario – per aiutare compagni che, in questa stagione, spesso e volentieri sono stati battuti troppo facilmente sul primo passo e sulle rotazioni seguenti. Questione di utilità, di incastri, di letture. Un quintetto con Theodore-Goudelock in 1 & 2 ha ampiamente dimostrato di non poter funzionare in EuroLeague e di avere blackout anche in Serie A contro playmaker intelligenti. Torna alla ribalta, così, il ruolo che avrà JT dopo il pieno recupero fisico-atletico: ancora titolare, sesto uomo o altro?

Tornando a Cinciarini, passiamo alla fase offensiva. Spesso criticato per essere un tiratore talmente inaffidabile da venir battezzato da qualsiasi avversario, in questa stagione le percentuali sembrano dargli ragione a 360° e di triple importanti se ne ricordano abbastanza: al 47.4% di media in EL segue il 42.4% da in Serie A per quanto concerne il tiro pesante. A ciò si aggiungono, particolarmente in campionato, le classiche “zinzarate” come ormai le chiama Meneghin in telecronaca, ossia le penetrazioni concluse con i più classici “tiri del cameriere”, con percentuali che in Serie A dicono 57.3% da due. Non male per un giocatore definito come fin troppo battezzabile per poter calcare i parquet ai massimi livelli di competizione.

Al netto di tutto ciò, Cinciarini è funzionale a questa squadra più di quanto non lo possano far comprendere numeri e considerazioni personali. Ed è particolarmente funzionale quando la partita vive una fase in cui garra e “sacrificio” fanno una differenza ben più ampia delle qualità dei singoli o del tanto agognato – in casa milanese – sistema. Con ciò è chiaro che non si possa competere, specie in EL, con una squadra composta di soli Cinciarini, ma è altrettanto chiaro che quando si giudica un giocatore della squadra per cui si farebbe il tifo, bisogna valutare attentamente tante cose. Specie se si tratta di un giocatore italiano che di ruolo fa il playmaker, considerando le limitazioni imposte da obsoleti regolamenti e dalla carenza di fosforo e attitudine negli eredi in quel ruolo (senza offesa per alcuno, beninteso). C’è poi la componente “umana”, quell’illogica importanza delle qualità personali di un giocatore all’interno di uno spogliatoio. Ma la stessa non può essere compresa da chi non abbia mai avuto il grande piacere di poter far due chiacchiere con Cinciarini. E questo vale anche per tutti gli altri giocatori, ci mancherebbe. Perché la scelta del capitano sarà pure decisa da società e staff tecnico, ma i gradi del capitano bisogna saperseli meritare e mantenere. Altrimenti la ciurma ha sempre in mano quel diritto di ribellione, di ammutinamento che farebbe naufragare anche la nave più solida.

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