Il buono, il brutto e l’orgoglioso

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Sergio Leone probabilmente si rivolterebbe nella tomba al solo pensiero che il titolo di uno dei suoi più grandi film possa essere storpiato e utilizzato per parlare di pallacanestro. Ma dai maestri bisogna sempre trarre spunto, a 360 gradi, e allora con una storpiatura de “Il buono, il brutto, il cattivo” cercherò di ragionare su tre singoli dopo la prestazione di ieri sera, in quel di Mosca. Premetto subito che, in sconfitte così eclatanti, ragionare di singoli non aiuta, ma ritengo che questa volta sia quanto meno inevitabile.

Il buono – Si tratta di Andrey Vorontsevich, lungo del CSKA. In carriera tira con il 42.6% in EuroLeague; quest’anno col 60.4% finora (32/53). Se fosse costante sarebbe sul podio dei lunghi passati da Mosca, perché è un giocatore completo e veramente tecnico. Ieri con due finte di corpo ha mandato al bar il diretto difensore, ha sistemato i piedi e realizzato con una scioltezza clamorosa da poco dentro l’arco, offrendo pure da bere al malcapitato spedito al bancone. Certo, non è il 4 tutto atletismo e verticalità che, in EuroLeague, comunque serve; eppure, se guardiamo all’evoluzione del gioco, sempre più allenatori vogliono un 4 perimetrale, magari meno rimbalzista ma più passatore e con buone percentuali da tre. Si pensi ai Macvan, ai Bertans, ai Melli e via discorrendo. Vorontsevich è il migliore per percentuale da tre punti nella competizione – dietro di lui, l’eterno Maciulis con un 58.3% che fa spavento – ma è solamente il 40° per triple tentate (53, in testa c’è Teodosic con 114 tentativi). Questo può significare solamente una cosa: la perfetta costruzione di tiri che il lungo russo prende, unita a una grande qualità dello stesso giocatore in questo fondamentale. Se si guarda anche al minutaggio e al modo di giocare del CSKA, si capisce benissimo come Vorontsevich sia lo specialista che ogni squadra dovrebbe avere. Sarà un caso, ma da 11 anni a questa parte il CSKA non se n’è mai voluto privare.

Il brutto – Leggasi anche Ricky Hickman. Troppo brutto per essere vero, troppo – e mal utilizzato – per essere bello. Il -4 di valutazione con cui chiude la sfida contro i moscoviti è emblematico, come lo sono alcune perse da incubo: vederlo condurre così la transizione e dover ricevere scarichi scriteriati è un colpo al cuore. Il valore di Hickman è indiscutibile, ma se pensiamo che il giocatore possa essere quello visto a Pesaro, dopo l’infortunio patito, siamo ben lontani dalla comprensione della realtà. Dovrebbe avere il ruolo di “spacca-partite”, perché primo passo e bilanciamento del corpo in penetrazione sono ancora da primo della classe, ma invece viene impiegato come playmaker per troppi minuti consecutivamente. Facciamo un semplice raffronto. Nella scorsa stagione, anche a causa della completa riabilitazione dall’infortunio, Hickman giocò solamente 11 minuti e 50 secondi di media. Nelle Top16, fase in cui rese di più, il suo impiego salì a 13 minuti e 39 secondi. Il suo ruolo era quello di entrare e creare un po’ di scompiglio, in una squadra che aveva gerarchie chiare tra gli esterni. Questo dovrebbe avvenire anche a Milano, dove invece il giocatore si trova ad essere impiegato per 25 minuti e 20 secondi di media. E, peraltro, dove lo si obbliga a fare il play quando era chiaro già dai tempi di Pesaro che Hickman rende meglio con accanto un playmaker (ai tempi era Hackett). La situazione di doppio playmaker piace molto a coach Repesa, ma lo statunitense non sembra più essere il giocatore ammirato in altri contesti e l’utilizzo di Kalnietis inficia ancor più tale diabolico progetto.

L’orgoglioso – Alias Milan Macvan. L’unico – oltre a Simon – a voler giocare a pallacanestro nello scempio offerto da Milano ieri sera. Certo, il CSKA è avversaria fuori dalla nostra portata, ma la pallacanestro va rispettata sempre e comunque, anche quando ci si trova opposti a un’armata inarrestabile. Prima doppia-doppia stagionale in EuroLeague (19 punti e 11 rimbalzi) e una dignità mai in dubbio, da parte di quello che – per meccanismi e talento – è uno dei giocatori più importanti di Milano da quando è arrivato all’ombra della Madunina. E da lui Milano dovrebbe ripartire, prima che da altri, a mio modo di vedere la pallacanestro: ovvio che parlare di rinnovo senza sapere quale sarà la prossima guida tecnica (resterà Repesa anche il prossimo anno?) è azzardato, ma Macvan è uno di quei 4 che raramente il mercato può offrire. Il 33 di PIR ottenuto contro i moscoviti rappresenta il career-high del serbo in EuroLeague, ma non basta a spiegare la determinazione di un giocatore che, nella sua carriera, è stato frenato unicamente dagli infortuni.

I problemi di questa Olimpia, cominciano a Torino ma non sembrano voler finire qui. La mancanza di una società forte, che prenda posizione contro giocatori che – a volte nettamente – giocano svogliati e quasi “contro” il proprio coach è un peccato capitale. Milano si crede grande. In realtà, però, è piccola piccola e ha solo una pistola. E in EuroLeague, quando una squadra con la pistola incontra una squadra col fucile, la squadra con la pistola è una squadra morta.

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