Che cosa significa vincere uno Scudetto secondo l’ultimo dei tifosi

A distanza di una settimana da quell’incredibile nottata passata sotto una pioggia – probabilmente acida, ma che per gioia e amore sembrava champagne – incessante, ad aspettare giocatori e staff per stringersi in un abbraccio collettivo, tirare le somme mi è più facile di quanto potessi mai immaginare.

Trovarmi abbracciato a Cancellieri che mi ricorda ancora la cassa di birra che mi deve per scommessa (al primo anno di Banchi scommettemmo cassa di birra in caso di Scudetto, come a dire che le previsioni non le sbaglio mai caro Canc). Salutare un Ale Barenghi visibilmente emozionato e vedere un Cinciarini così felice da non accorgersi che la metà dei presenti gli stava bozzando la macchina a furia di battere le mani per incitarlo nei cori. Dare un high-five in salto a Macvan mentre lo stesso mi sorrideva a 50 metri di distanza, dire a Repesa “coach a me della foto non mi frega un cazzo, io voglio un abbraccio” e vederlo incredulo nell’accettare la mia richiesta. Sono tutte situazioni che – congiunte a birre e sambuca – aiutano a spiegare le emozioni che un tifoso come me, uno qualsiasi insomma, può vivere dopo aver assistito alla vittoria di uno Scudetto che, in molti, non si aspettavano più dalla Serie di Semifinale contro Venezia.

Ma si sa, lo sport è anche questo perciò fare discorsi inerenti al fantomatico “carro dei vincitori” non ha senso, a mio personale modo di vedere lo sport. Che godano tutti, perché la vita in fondo è fin troppo breve per non godersi certe emozioni. Che godano tutti, perché questo è il successo di una città che non sarà mai unita al 100%, ma che ha bisogno anche di successi sportivi per capire la propria importanza geografica e geopolitica. Perché sapete, noi milanesi siamo bravi a celebrare le bellezze altrui senza riuscire ad ammirare quello che abbiamo in casa nostra. Per carità, Firenze, Venezia, Roma, Matera, la Sicilia, la Sardegna, la Calabria, il Molise (qualora esistesse, visto che nessuno ne parla mai) sono spettacolari, ma Milano ha qualcosa in più. Forse un connubio estetico-alcoolico che in 20 metri di distanza ti permette di goderti lo spettacolo del Duomo davanti a un negroni sbagliato fatto ad arte da Marietto, uno che probabilmente in vita sua meriterebbe più gnocca di chiunque altro al mondo solamente per l’arte che ci mette nell’adagiare due gocce di angostura in un tumbler basso alla fine della preparazione.

O forse si tratta di un campanilismo tutto mio e tutto localistico, inserito in una personale – ed errata – concezione cittadina, che mi porta a vedere prima la rivalutazione della zona Darsena e poi le problematiche di circolazione e sicurezza derivanti dall’installazione alquanto inopportuna di certe piste ciclabili. Ma si sa, il milanese è esigente, frenetico, instancabile in una corsa continua verso non si sa che cosa, come se non vi fosse manco il tempo di fermarsi per godere appieno le poche gioie della vita. Tranne quando si vince uno Scudetto, perché allora tutto si ferma e il milanese trova la convinzione in se stesso per prendere la macchina, fare magari anche 30 chilometri (distanze che manco ai tempi dei primi amori) e andare al Lido a festeggiare, sotto un’incessante pioggia, con cori e bandiere, con spumanti e birre. Questa è l’essenza dell’essere il tifoso di Milano, prima ancora che il trovarsi poi a una festa Scudetto pomeridiana che è comunque servita a ribadire un concetto chiave, ma non recepito dall’elettorato: quel “Repesa Sindaco” che ha fatto la storia.

L’essenza della milanesità, quella sportiva, sta nell’essere consapevoli delle sofferenze che comporta il tifare “Olimpia Milano” – non me ne voglia Armani, ma studiando la cronologia dei brand associati come main sponsor dovremmo allora rivedere la nostra storia, direttamente dall’era del Senatore Borletti – ma anche delle gioie che uno Scudetto ti può dare. Gioie doppie, specialmente se il primo Scudetto dell’era-Armani non l’hai potuto celebrare a dovere e stavi quasi per perdere la passione. Una passione che è chiave di tutto, viscerale quanto imprescindibile, nello sport come nella vita; una passione che vedi negli occhi anche di chi ti ha criticato sempre e comunque, ma per il quale sei felice lo stesso, perché cazzo l’abbiamo vinto e appianiamo per un giorno le varie diatribe. Una passione che vedi nella voce di chi, immancabilmente, sbraita sempre e comunque solamente sette parole, come un leitmotiv sentimentale tutto biancorosso.

Forza lotta. Vincerai. Non ti lasceremo mai.

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