L’arte del playmaking non sta più di casa a Milano?

Vivere nell’ombra del “mito” D’Antoni non deve essere per niente facile. Viverci stando a Milano, poi, deve essere praticamente impossibile. Eppure, Milano si interroga ogni anno sui fallimenti sportivi senza prendere in considerazione un elemento chiave nella costruzione di successi e cicli: il playmaker. Non me ne voglia Cinciarini, arrivato con la nomea di miglior play italiano (i numeri confermavano tale nomea, peraltro) e in pochi mesi bistrattato da stampa e tifosi per prestazioni diametralmente opposte a quelle che aveva regalato con la maglia di Reggio-Emilia. Poi la rinascita, con le convincenti prestazioni in Coppa Italia e qualche bella partita anche in Eurocup, prima di un nuovo periodo di flessione, culminato con l’infortunio al piede che lo ha escluso dalla partita più importante dell’anno, secondo molti, e che lo costringerà a saltare anche la sfida di domani contro la sua ex-squadra.

Non me ne voglia nemmeno Kalnietis, definito da coach Peterson come uno dei più grandi playmaker mai arrivati in maglia Olimpia, ma attualmente parente lontano di quel giocatore ammirato all’Eurobasket, dove eliminò l’Italia con una prestazione superlativa (14 punti e 11 assist), sciogliendosi solo in Finale contro la Spagna, in una debacle che fu comunque collettiva al cospetto di un Gasol che quel torneo l’avrebbe vinto anche da solo. Il pick&roll con Batista funziona, per carità, ma per ora Kalnietis in Campionato ha giocato solamente una partita ad alti livelli (sconfitta contro Avellino) e combinato poco altro; certo, i 4.6 assist in 19′ di media a partita valgono comunque la 7° piazza nella classifica individuale per assist, sebbene il lituano abbia giocato troppo poco per entrare nelle classifiche ufficiali fornite dalla Legabasket.

Dalla valutazione complessiva dei rendimenti di Cinciarini e Kalnietis emerge il solito problema cronico, che affligge Milano da quando in cabina di regia c’erano Naumoski prima e Djordjevic poi. Si noti, per precisione, che Naumoski fu più realizzatore che non assist-man in una Pippo Milano che trovava nel solo Warren Kidd l’altro gran giocatore, chiudendo comunque con 3.5 assist di media l’annata 2002/2003, mentre Djordjevic provò a spezzare i sogni di gloria di una Fortitudo impressionante per talento complessivo (Smodis, Mancinelli, Belinelli, Lorbek, Douglas, Basile) ma ormai le migliori cartucce della sua carriera le aveva già sparate. Se volessimo poi trovare l’ultimo play in grado di tenere le redini del gioco costantemente, potremmo risalire alla stagione 2011/2012, quando Omar Cook era il direttore d’orchestra di una squadra che giocava un bel basket ma che dovette comunque arrendersi allo strapotere di Siena.

Il mio apprezzamento per Omar Cook, con tutta probabilità, è esagerato, ma vi sono pochi dubbi sul fatto che, prima di rompere con Scariolo, il play statunitense (naturalizzato montenegrino) fosse uno dei migliori play in circolazione non solo in Italia. Dopo di lui, per adattarsi anche al gioco banchiano, avulso all’utilizzo di un playmaker puro, a Milano sono arrivate solamente combo-guard. E tralascio volutamente le esperienze intermedie di Nicholas in cabina di regia, oppure il duetto Green-Stipcevic chiamato a sostituire Cook dopo il suo viaggio solo andata verso i Paesi Baschi. Con Banchi, dicevamo, combo-guard stile Bobby Brown in cabina di regia, prima dell’inevitabile arrivo di Hackett a compensare le lacune milanesi nel playmaking e dell’esplosione di Jerrells come guardia fatta e finita, grazie alla quale l’Olimpia conquistò il suo 26° Scudetto e arrivò a un passo dal sogno di giocarsi le F4 di Euroleague in casa.

Ora coach Repesa in panchina, Cinciarini (triennale) e Kalnietis (preso in corso d’opera, anche qui per colmare le lacune di un roster che soffriva molto la mancanza di ordine e idee in fase di impostazione) nello spot di 1. Dove sbaglia Milano? Sicuramente nel mercato estivo, poiché per esaltare un buon play serve sempre un grande centro: si ricordi, in proposito, il rendimento di Mike Green a Varese, esperienza nella quale Dunston permise all’attuale play di Venezia di esaltarsi in ogni caratteristica. In tale ottica si possono individuare tre errori:

  1. La scelta dei centri – Milano in estate ha firmato Lawal, Magro e Barac (perché McLean centro non è e non vuole esserlo, per quanto possa giostrare discretamente anche da 5), mettendo insieme così tre giocatori dalle caratteristiche totalmente diverse, senza però affiancargli un reparto play che potesse esaltare tali caratteristiche (eccezione per Magro, che il campo non lo vede praticamente mai). Lawal diede il meglio di sé nell’esperienza a Roma con Jordan Taylor, durante la quale pick&roll e alley-oop erano elementi chiave nell’asse play-pivot che portò i capitolini a giocarsi uno Scudetto con Siena. Barac è un giocatore in flessione già da qualche anno, ma si pensava potesse dire la sua almeno in Serie A, con le classiche giocate in post-basso e con un’altezza che non aveva eguali. Altezza mezza bellezza, recita l’adagio popolare, tranne che nel caso del croato: stagione ormai compromessa, perché se anche Lechthaler “ti mangia in testa” (cit) c’è poco da fare.
  2. Il ruolo di play titolare – Secondo me Cinciarini è il miglior play italiano, a mani basse, solo ed unicamente se messo nelle condizioni di giocare un basket veloce che ne possa esaltare le caratteristiche in transizione e le giocate al ferro. I play d’ordine sono altri, perché nell’ultima annata Andrea ha fatto vedere di poter essere un giocatore in grado di compendiare benissimo produzione offensiva e assist per i compagni. A Milano, per ora, è mancata la sua produzione offensiva, anche perché in Europa il livello è ben diverso da quello italiano e al ferro non ci arrivi semplicemente battendo il diretto marcatore con una partenza incrociata, specialmente se il tuo centro non porta un blocco praticamente mai e intasa l’area poiché solo vicino a canestro riesce ad essere pericoloso. Sulle doti di leadership e di assist-man il giocatore non può essere mai messo in discussione, perché non porti Reggio Emilia a giocarti una Finale Scudetto se non hai due palle che fan provincia. Rimane il fatto, però, che come play titolare ha sofferto moltissimo la pressione di un ambiente come quello milanese e il livello europeo, tanto che Milano è dovuta intervenire sul mercato andando a prendere Kalnietis.
  3. Chi inizia l’azione o gestisce il possesso per più tempo – Non sempre a impostare troviamo il play in quintetto, anzi quando in campo ci sono Simon o Gentile assistiamo spesso a loro iniziative. Il capitano, specialmente, è portato a fermare l’azione tenendo disponibilità del possesso per troppi secondi (cosa che peraltro ultimamente fa anche Kalnietis), mentre Simon sembra essere più un giocatore da assist illuminante in 0.1 secondi o da circolazione di palla. Come viene gestito poi il possesso? Vedendo l’ultima partita di Eurocup, Milano attuava una circolazione palla troppo perimetrale senza sfruttare tagli dei compagni per creare situazioni di vantaggio, oppure si affidava alle giocate individuali di Gentile dalla punta. Nel derby con Cantù, invece, si cercava spesso Batista in post (ovviamente per sfruttare al meglio l’assenza di Fesenko), ma si giocava anche meglio il pick&roll e il centro garantiva la possibilità di ribaltamenti di lato (situazione che con Trento si è concretizzata pochissimo poiché i trentini non avevano necessità di raddoppiare difensivamente su Barac).

Tre problemi, dei quali due ampiamente risolvibili, e uno, quello strutturale, ossia di costruzione del roster, deve essere la priorità nell’ottica di una prossima stagione in cui Milano non può più fallire in Europa al primo turno (parlo della RS di Euroleague). Ben vengano gli innesti in corso d’opera, ma è inopinabile che l’Olimpia sbagli sempre qualcosa nel mercato estivo, trovandosi poi obbligata a rimediare con quello che offre il mercato invernale. E il problema del playmaker di peso, ormai, affligge Milano da molte stagioni, perciò non sarebbe forse il caso di puntare su un asse play-pivot di assoluto livello, mantenendo l’ossatura costruita già quest’anno e andando a firmare un Milos Teodosic, per dirne uno?

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