Come può un panettone andare di traverso? Semplice: basta tifare Milano

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Mai titolo fu più banale, ma al contempo, veritiero. Tifare Milano, oggi, è una prova di estrema fedeltà d’altri tempi, un gesto passionale che spinge a seguire una squadra che, negli ultimi anni, sembra aver completamente smarrito la via culturale dello sport, imboccando quella economico-finanziaria del marketing e del profitto.

Si dice che questo corso biancorosso veda un solo fenomeno (McLean), escluso il capitano, qualche buon giocatore (Simon, Macvan) e tanti comprimari; che manchi di un asse play-pivot degno di calcare parquet europei e che tanti giocatori siano più sul viale del tramonto che non su quello della consacrazione; che Repesa sia ormai un allenatore non in grado di dare un gioco alla sua creatura (ricordando che molti giocatori attuali sono stati voluti dall’allenatore); che Gentile sia croce e delizia di una pallacanestro che fatica ad esprimersi come potrebbe (e dovrebbe). Tutto vero, con i dovuti aggiustamenti del caso, ma non può ridursi il tutto unicamente a queste considerazioni. Sono anni che Milano si smarrisce per strada, che comincia con i migliori propositi la stagione salvo veder festeggiare le altre squadre a febbraio (Coppa Italia) e a giugno (Scudetto). Sono anni che l’Olimpia non ha più, con costanza, il sacro fuoco della pallacanestro, quello “sputare sangue” petersoniano che fece grande una delle squadre più titolate d’Italia. Il tutto, in una deriva cestistica che spaventa tremendamente anche il neo-tifoso, che si chiede come sia possibile che una squadra con un budget stellare, considerato il livello medio della Serie A, non riesca a prendere le redini del Campionato.

Premesso che, come diciamo sempre in molti, i soldi non fanno la felicità e nemmeno le vittorie sportive, è indubbio che dall’Olimpia si pretenda di più; com’è indubbio che sia arrivata l’ora di smetterla di giocare a nascondino e di trovare le ennesime giustificazioni a continui scarsi risultati. La pallacanestro è uno sport e, come tale, il suo metro di giudizio può sostanziarsi in due aspetti: 1) le vittorie, elemento chiave per valutare la grandezza di una squadra (tralasciando l’aspetto economico, per una buona volta); 2) il bel gioco, aspetto che interessa forse più i puristi (quelli che a basket ci hanno giocato o ci giocano tuttora), ma che è altrettanto importante. Ebbene, a Milano mancano entrambe le cose: l’Olimpia non vince e non gioca bene, ma le due cose vanno separate e/o distinte nettamente. La sconfitta di ieri sera a Pesaro ha le solite attenuanti (mancanza di Gentile, Hummel e infortunio dell’ultimo momento a Cerella) ed è anche frutto del fatto che i marchigiani si sono assicurati uno dei migliori giocatori del Campionato (Austin Daye, che viaggia a 21.3 punti e 10.3 rimbalzi di media finora). Tuttavia, questi elementi non bastano a giustificare una prestazione in cui l’Olimpia tira con 3/29 da oltre l’arco e mette a referto solamente 4 assist: numeri che la dicono lunga anche se il match non si è visto, perché non posso credere che in cabina di regia Pesaro abbia potuto sfruttare un mismatch contro i milanesi.

Che poi, a dirla tutta, non è la sconfitta contro Pesaro a far nascere qualche dubbio anche in chi, come me, credeva fortemente in questa nuova stagione: le premesse sono state gettate con il cammino in Euroleague, a dir poco fallimentare, e con l’involuzione spaventosa (a livello di gioco) che Milano sta vivendo da qualche settimana a questa parte. Eppure, è proprio la sconfitta di ieri a rendere indigesto un panettone che avremmo dovuto mangiare tutti quanti con la certezza di essere primi in classifica (complici le sconfitte di Cremona e Reggio) se solo fosse stata giocata una partita decente. Attenzione, poi, perché Sassari sembra poter tornare (forse a sprazzi) ai livelli della scorsa stagione, mentre Reggio Emilia, con un innesto o due, potrebbe essere la vera sorpresa stagione, a livello di trofei conquistati. Resta il fatto, immutato, che l’ennesimo panettone vada di traverso a chi, volente e mai nolente, tifa Milano. Speriamo che l’anno nuovo porti con sé qualche certezza in più, in un ambiente che sembra smarrirne una al giorno, forse più.

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